Sport e Salute | La pubalgia nell’atleta

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Per pubalgia, s’intende una sindrome dolorosa della regione pelvica che rientra tra le “patologie da sovraccarico”, cioè la cui origine si fa risalire a una serie di microtraumi ripetuti nel tempo. In passato questa sindrome era una prerogativa tipica di alcune categorie di atleti di alto profilo agonistico (in particolare calciatori, schermidori, ballerini classici); oggi, con l’evoluzione tecnica di molte specialità sportive (per esempio nell’atletica leggera o anche nel basket), l’adozione di particolari tecniche di allenamento e l’uso di attrezzature meccaniche particolari, tale sindrome si è estesa a un notevole numero di atleti praticanti gli sport più diversi e anche di profilo agonistico intermedio, in ragione delle condizioni di pratica spesso non idonee.

Quali sono le forme cliniche di Pubalgia?

I quadri clinici inerenti la patologia pubalgica, sono distinti in base al tipo di lesione anatomo-patologica e alla sintomatologia del paziente. Tuttavia, molto spesso diagnosi imprecise, alle quali conseguono degli  inadeguati interventi terapeutici, fanno della pubalgia una patologia molto invalidante che, a volte, costringe l’atleta a lunghe sospensioni dall’attività sportiva, che possono talvolta arrivare a compromettere un’intera stagione agonistica.

Possiamo distinguere tre possibili forme di pubalgia:

a)La sindrome retto-adduttoria: è un’infiammazione cronica dell’inserzione sul pube dei muscoli addominali e dei muscoli adduttori, di origine verosimilmente microtraumatica. Il danno anatomico di base, sarebbe costituito da una distrazione muscolo-tendinea inserzionale degli adduttori, riguardante, nella maggior parte dei casi, l’adduttore lungo con un possibile interessamento del retto addominale a livello della sua inserzione sul tubercolo pubico. A questo quadro si può inoltre associare un’alterazione ossea secondaria della sinfisi pubica. Questo tipo di lesione sarebbe, secondo gli Autori, quella maggiormente diffusa  nell’ambito sportivo.

b)Gruppo 2: in questo gruppo ritroviamo le lesioni,  della parete addominale, ed in particolar modo del canale inguinale, come l’ernia inguinale vera, la debolezza strutturale della parete posteriore del canale inguinale e le anomalie del tendine congiunto.

c)Gruppo 3: questo gruppo comprende tutte le cause meno frequenti considerati “pseudo-pubalgici”, ovvero: distrazioni o lacerazioni del muscolo ileopsoas, del quadrato del femore, dell’otturatore interno, sindromi da compressione nervosa (soprattutto a carico dei nervi ileoinguinale, femoro-cutaneo, femorale, perineale, genito femorale), compressione dei rami perforanti dei muscoli retti addominali, patologie delle radici anteriori (sindrome della cerniera).

Quali le cause? 

Esistono dei fattori intrinseci ed estrinseci, che potrebbero predisporre l’atleta all’insorgenza della pubalgia. Tra i fattori intrinseci, vanno citati  le patologie a carico dell’anca o dell’articolazione sacro-iliaca, le asimmetrie degli arti inferiori con conseguente squilibrio del bacino, il ginocchio varo,  le patologie a carico della colonna dorso-lombare, (l’iperlordosi e la scoliosi), uno squilibrio funzionale tra muscoli addominali e muscolatura adduttoria.

Tra i fattori estrinseci ritroviamo invece l’inadeguatezza dei materiali utilizzati: un esempio tipico nell’ambito del calcio è costituito dall’utilizzo di tacchetti troppo lunghi su terreni secchi, oppure troppo corti in caso di terreni morbidi, inidoneità del terreno di gioco, errori nella pianificazione dell’allenamento. Nello sportivo quindi la pubalgia sarebbe indotta dalla combinazione di eccessive trazioni muscolari da parte della muscolatura addominale ed adduttoria, da stress a livello osseo, causati da torsioni ed impatti che si verificherebbero durante la corsa, da movimenti violenti effettuati con scarso controllo muscolare (come ad esempio tiri, tackles, cambiamenti di direzione ecc.) e da costrizioni meccaniche, soprattutto di tipo torsionale, della sinfisi pubica. La maggioranza degli Autori concorda con il fatto che, in condizioni di normalità funzionale, i muscoli dell’addome e la muscolatura adduttoria, hanno una  funzione antagonista ma biomeccanicamente equilibrata. Nelle pubalgie esisterebbe un disquilibrio tra adduttori troppo potenti e muscoli larghi dell’addome di tonicità insufficiente. Di fatto, questo disquilibrio funzionale si ripercuoterebbe negativamente a livello pubico.

Sintomi della pubalgia

Il principale sintomo della pubalgia è naturalmente il dolore, che parte dall’osso pubico, si dirama in tutta la regione e si localizza nell’inguine fino a interessare, in certi casi, la faccia interna della coscia. Nelle forme lievi, compare al risveglio e si manifesta all’inizio degli esercizi fisici, tendendo poi a scomparire una volta effettuato il riscaldamento. Nelle fasi più gravi della patologia, al contrario, il dolore può apparire anche in modo improvviso, durante lo svolgimento dell’attività sportiva, tanto da impedirne la continuazione o, addirittura, rendere difficile la semplice deambulazione. In questo caso, il dolore diventa persistente, continuo e tende ad aggravarsi con l’attività mentre soltanto il riposo lo attenua.

Esami di approfondimento

Per arrivare a una corretta diagnosi, il paziente affetto da pubalgia può essere sottoposto a un esame ecografico, che mostrerà, soprattutto se la patologia è recente, i tendini alterati nella forma e più spessi. Attraverso la radiografia del bacino è possibile, invece, rilevare l’esistenza di eventuali lesioni a livello dell’osso pubico e di una pubalgia cronica in quanto, nei punti di maggiore infiammazione della sinfisi, si potrà notarne il contorno irregolare con eventuale presenza di geoidi e lo sviluppo di calcificazioni specialmente nella parte inferiore. Per ulteriori approfondimenti, e quando la diagnosi appare ancora incerta, non si escludono scintigrafia, Tac e risonanza magnetica, in grado quest’ultima di evidenziare anche eventuali altre lesioni.

Trattamento della pubalgia

Il trattamento conservativo della pubalgia deve essere correlato  alla:  tipologia anatomo-clinica, l’età e la motivazione del paziente, il livello sportivo dell’atleta, l’intensità e la tipologia della sintomatologia dolorosa. La prognosi, infatti, è molto variabile e dipende oltre che, dall’età della lesione e dello stato tendineo, anche dalla completa collaborazione del paziente. Normalmente, alla terapia conservativa, è associato un periodo di riposo agonistico al fine di ottenere un consolidamento degli elementi tendineo-muscolo-aponevrotici interessati dalla lesione, evitando comunque il riposo assoluto completo poiché l’inattività rappresenta un fattore negativo. Oltre a questo, è generalmente prevista una terapia antalgica a base di FANS, terapia fisica (US, Laser, tecarterapia campi magnetici etc..) mentre  nei casi particolarmente acuti e ribelli può essere indicata una terapia infiltrativa  con farmaci ad azione anestetica con mesoterapia.  A ciò deve essere aggiunto la correzione di posture scorrette, rialzi nelle dismetrie, plantari per eventuali modifiche di un carico patologico. Molto importante è il trattamento riabilitativo associato, rappresentato dallo stretching assistito e posture, dalla ginnastica eccentrica, (meglio se in acqua), dal rinforzo dei muscoli addominali e allungamento degli adduttori, in modo tale da ottenere un corretto orientamento delle fibre neo-formate lungo le linee direzionali di forza del tendine. Ai fini della prevenzione inoltre bisogna compiere movimenti delicati evitando scatti o gesti bruschi; evitare di sollevare pesi da terra; mantenere, quando si è in posizione eretta, il peso del corpo distribuito in modo equilibrato su entrambe le gambe; fare ginnastica aerobica in acqua. L’intervento chirurgico per risolvere la pubalgia è consigliato nei casi più gravi e cronicizzati della patologia o in presenza di lesioni distrattive acute totali o subtotali del tendine.

 

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