Quella della scala, in ogni sua forma e accezione, è un’immagine che assai frequentemente viene usata in forma metaforica con l’intento di accostare alle cadenze della vita e alle difficoltà che la caratterizzano il costante incedere delle persone, di gradino in gradino, a volte nel tentativo di raggiungere un livello sempre più alto in qualsiasi campo, altre cercando di non mettere un piede in fallo e di non ruzzolare rovinosamente fino alla base della stessa.

In questi anni, durante le mie solitarie passeggiate in compagnia dei miei pensieri e animato dalla voglia di scoprire e conoscere quante più cose del microcosmo che mi ha accolto e mi avvolge affettuosamente fin da subito, mi sono imbattuto in varie scale, alcune create dalla natura seguendo una sorta d’imperscrutabile progetto ultraterreno, altre frutto dello studio, del genio e del lavoro dell’uomo ma tutte, seppur in modo diverso, affascinanti e colme di significati.

Mi è capitato allora di pensare ai Saraceni del ‘500, insensibili al fascino di un promontorio di marna il cui candore si riflette nel blu delle acque illuminato dal sole infuocato o dalla pallida luna, ma capaci di sfruttarne la particolare conformazione arrampicandosi verso le ambite terre da violare e conquistare, e di stupirmi per come un posto così bello possa aver vissuto momenti così drammatici nei quali le popolazioni locali hanno dovuto lottare e combattere per difendere la propria terra e i propri affetti.

La mente poi vola, abbandonando quel posto speciale pieno di fascino e sentimento dove roccia e mare sembrano unirsi in matrimonio giurandosi eterna fedeltà, per arrivare al centro della città dove estro, arte, genialità, colore, si fondono nell’ammaliante tavolozza della scala degli artisti le cui mille sfumature unite alle audaci sinergie cromatiche fanno da cornice a iniziative culturali di portata internazionale, svelando così un’altra faccia della cultura di questa terra e di questa gente.

Salirla pare non costare fatica con gli occhi e la mente, rapiti da pitture e colori, capaci di disgiungersi dalle gambe, così come a noi sembra più lieve difendere, lottare, e spendere ogni stilla di energia per ottenere una vittoria se, facendo scorrere lo sguardo tra i seggiolini del PalaMoncada, a colpirci è l’entusiasmo, il calore e la partecipazione dei tifosi.

Il raggiungimento di qualsiasi obiettivo comporta dispendio di energia, fatica, impegno e se qualche volta la scala la si può guardare dalla sua sommità con lo scopo di non mettere un piede in fallo e di non precipitare nuovamente in basso, ma anche pronti a respingere l’attacco di coloro che provano a salirla per raggiungerci e per toglierci quanto riteniamo debba essere nostro, in altre occasioni a salire gradino dopo gradino dobbiamo essere noi, con determinazione e con l’aiuto di quanto ci sta intorno.

Forse mai come quest’anno la metafora della scala sembra riassumere efficacemente la nostra stagione con da un lato le difficoltà di un piazzamento da raggiungere nel contesto di un equilibrio e di una cifra tecnica degli avversari nettamente superiori al recente passato unitamente a assenze, infortuni, problemi che quasi mai ci hanno consentito di essere nella nostra versione migliore, e dall’altro la capacità della squadra di restare sempre in una determinata fascia di piazzamento con altre compagini chiamate a dover rimontare e riconquistare.

Senza ombra di dubbio quanto successo a Siena ha oggi rivoluzionato alcune posizioni e alcune gerarchie nella classifica del nostro girone e oggi ci pone tra i gradoni più alti della “scala” pur con orde di Turchi agguerriti pronti a darci battaglia in ogni momento e senza risparmio di energie per invadere i nostri “territori” ma questo nuovo scenario non può e non deve farci dimenticare quanto ancora dobbiamo salire, faticosamente, per poter definitivamente ottenere che il nostro sguardo si perda nel profondo del mare e tra le mille sfumature dell’infiorata rappresentata da un play-off coinvolgente ed elettrizzante.

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