Nemmeno io avrei mai potuto immaginare che la mia esperienza professionale e di vita ad Agrigento sarebbe giunta al settimo anno senza vedere all’orizzonte nemmeno i prodromi della proverbiale crisi legata a questa scadenza temporale. Nonostante che al momento di iniziare questo lunghissimo viaggio in una terra lontana, non soltanto geograficamente ma anche o forse soprattutto come abitudini e radicate consuetudini anche culturali e di stile di vita, fossi animato dal forte desiderio di venire a capire e conoscere e non a sopportare e subire, mai avrei pensato che giorno dopo giorno mi sarei trovato ad amare l’intima essenza di ciò che mi circonda e avvolge quotidianamente.

Adottato emotivamente da persone speciali e da una città cui è stato facile dare il massimo del mio impegno professionale e del mio afflato passionale, mi trovo oggi a dispiacermi per lo svanire del sogno di “Agrigento 2020”, nonostante la vittoriosa Parma e Casale Monferrato siano città nelle quali ho vissuto e nelle quali trovo ancora affetti e ricordi di assoluto valore e piacevolezza, a giocare piacevolmente con un dialetto spesso troppo ermetico per le mie origini ladine, provando anche a trarre lo spunto filosofico nascosto nel manto di parole e sonorità affascinanti.

Dai miei occasionali insegnanti di siciliano cerco di assimilare l’intimo di una lingua e di una cultura raccogliendo poi la sfida rappresentata dal provare a utilizzare detti e termini nel modo giusto e con l’accezione più corretta, tralasciando accenti e pronuncia che spesso portano il sorriso sul volto di chi mi ascolta, ed è per questo che oggi ho pensato a un titolo in siciliano e soprattutto a questo titolo che credo possa riassumere perfettamente un sentimento e un percorso che fanno ormai parte di me.

Sette anni di vita agrigentina hanno fatto nascere e coltivato un rapporto e un legame che oggi mi porta a sentirmi qui come a casa mia, grazie anche a una sorta di attitudine a quel trasformismo cerebrale che, lo devo ammettere, è necessario per calarsi con la stessa naturalezza agli antipodi del modo di vivere anche solo la quotidianità.

La frequentazione, la voglia di alimentare, coltivare, cullare questo rapporto in una sorta di impegno ad allevarlo con ogni cura, ha fatto nascere un sentimento profondo che mai potrò negare, disconoscere o dimenticare anche quando le fredde logiche professionali mi spingeranno a lasciare definitivamente la “mia” San Leone, ma in questo blog nel quale ho deciso di svelare qualcosa di più personale, dando quindi un taglio più introspettivo che tecnico, trova spazio anche il doveroso parallelismo con quanto da sempre, mi accade con le mie squadre, compresa quella di quest’anno, anzi forse soprattutto con questo gruppo di ragazzi e atleti.

La quotidianità, lo sforzo profuso insieme, la conoscenza di quanto ogni conquista sia frutto di lavoro e fatica prima ancora che di attitudine e di talento, ha sempre contribuito a farmi provare un affetto sincero e profondo nei confronti di chi sa chiedere sempre a se stesso il massimo dell’impegno e dell’energia, indipendentemente dal risultato sportivo che questo consente di raggiungere, e oggi mi fa amare questo gruppo di ragazzi che ha dovuto finora combattere non solo con avversari di levatura assoluta, ma anche con intoppi e infortuni importanti (a proposito, un abbraccio e a presto Ruben, ndr), perché ogni giorno ho visto nei loro occhi la voglia alternarsi alla tensione, la delusione lasciare il posto alla gioia sincera.

Ecco forse mi piacerebbe che tutto questo accadesse davanti agli occhi di più persone, di più agrigentini perché ho conosciuto l’affetto e la passione di cui sono capaci, ho apprezzato il sostegno e l’aiuto dato alle squadre degli ultimi anni, perché mi fa male vedere come il pregiudizio sotto il profilo tecnico e la finta passione legata al mero risultato sportivo abbiamo progressivamente aumentato i vuoti sulle nostre tribune, perché il tarlo del tutto e subito ha spinto molti a togliersi il piacere del crescere insieme, del coltivare una passione comune, dell’alimentare un sentimento sincero e partecipe, un amore sportivo che forse questa squadra avrebbe meritato soprattutto nei momenti difficoltà e non soltanto oggi, all’indomani della bella vittoria a Cagliari che ci ha ufficialmente riportato, almeno per ora, in zona play-off.

Partito dall’antica saggezza della tradizione siciliana, vorrei chiudere con le parole del poeta romano Gaio Valerio Catullo, vissuto nel primo secolo a.C., definito il poeta dell’amore, il quale scrisse:

“Amami quando lo merito meno, perché sarà quando ne avrò più bisogno”.

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