Animo in tumulto, battaglia interiore di sensazioni, sentimenti e desideri, voglia di esprimere l’istintività di una reazione e allo stesso tempo di dare ascolto alla consueta voce della razionalità che suggerisce la solita composta espressione, atta a non far trapelare quanto nell’anima alberga e freme: è questo il compendio di un dopo partita diverso da infiniti altri.

Diverso per un epilogo favorevole nel quale un innegabile ausilio della dea bendata si è sinergicamente fuso con la qualità e l’applicazione dei giocatori creando i presupposti per qualcosa di tangibile come una vittoria di rara importanza, forse addirittura, se mai ce ne fosse una, LA VITTORIA per la sommatoria di significati e implicazioni a essa correlati, alcuni vistosi, evidenti, facilmente identificabili, ma altri più nascosti, intimi, quasi segreti e forse proprio per questo ancor più importanti.

Diverso perché reso tale da tutto ciò che ha preceduto questo confronto, ovvero sconfitte a volte anche brutte e pesanti e altre caratterizzate da qualità di gioco migliore, ma accomunate con le prime dall’esito finale negativo, o ancora critiche, velate o esplicite che fossero, non solo incentrate su quanto oggettivamente di tecnico andava valutato, ma anche su supposizioni e insinuazioni a volte non scevre da malizia e acidità preconcetta.

Diverso perché la risposta che era necessario dare andava al di là della normale affermazione di una propria cifra tecnica ma era chiamata a fugare potenziali dubbi e spazzare via il sospetto che a venire meno non fossero le energie fisiche e il contributo degli assenti, quanto piuttosto la volontà, l’impegno e soprattutto l’unita e la coesione di un gruppo di lavoro che invece mai nell’intimo dello spogliatoio si è abbandonato a logiche individuali e opportunistiche ma ha saputo sempre tendere la mano verso chiunque ne avesse bisogno.

La consapevolezza di tutti noi e l’assoluta convinzione che l’unica risposta possibile fosse una vittoria di squadra ci hanno dato energia e spinta emotiva non soltanto nei quaranta minuti di fuoco giocati contro un’avversaria di grande livello ma anche, o forse soprattutto, nel lavoro della settimana iniziato questa volta con la decisione comune di utilizzare anche il consueto giorno di riposo dopo la trasferta come un momento aggiuntivo di lavoro.

Conosco perfettamente questi ragazzi, i loro punti di forza e le loro fragilità, gli aspetti positivi e le negatività del momento di ogni singolo e di conseguenza avevo prima della gara l’assoluta consapevolezza di quanto quella di domenica rappresentasse un’occasione unica per dare la risposta che tutti volevamo.

So quanta sofferenza interiore c’è in chi oggi non riesce a essere compiutamente se stesso, so quanta voglia alberga in ciascuno di essere elemento importante nel conseguimento di un risultato comune, conosco l’importanza di quell’ultimo tiro per chi lo ha scoccato, so quanto bisogno ci fosse di quel fruscio della retina per poter riprendere a respirare e sorridere come in passato corroborando così le difese immunitarie per proteggere la propria anima dalle infezioni virali dell’insulto e della maldicenza, si badi bene non delle stimolanti critiche intrise di affettività e stima.

Per una volta ha vinto l’istinto, per una volta sono stati un urlo e un abbraccio a scaricare prima della solita notte insonne le tossine della tensione, per una volta il messaggio doveva arrivare in modo deciso, doveva far capire quanto di viscerale e affettivo ci leghi, senza remore o paure nel dimostrarlo soprattutto nel momento in cui c’era bisogno di riaffermarlo a chiare lettere nel giorno della ripartenza.

 

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