Quante parole sottintese si manifestano in quel fondersi di mani al centro del gruppo, quante tacite e reciproche promesse vengono formulate con quell’unico singolo gesto che ai più può apparire ormai soltanto come una banale consuetudine, ma che invece non può e non deve essere visto e vissuto senza quel magico alone che ricopre le pareti dello spogliatoio e permea le anime di chi lo vive.

Promesse tacite, dicevamo, ma di conclamata importanza, come quella di profondere il proprio massimo impegno per il conseguimento di un risultato comune, oppure di riuscire sempre ad anteporre l’interesse generale a quello personale, imparando a vivere ogni esperienza con gioia o rabbia legate a un risultato globale e non alla singola prestazione o alla logica individuale.

Quel gesto conferma a tutti che nel momento della difficoltà o del bisogno ognuno potrà e dovrà lottare con la rassicurante consapevolezza che dietro di lui ognuno degli altri sarà pronto a fare la propria parte, a tendere una mano amica, a sacrificare un fallo o l’ultima stilla di energia per i propri compagni.

Sì, quelle mani che si uniscono e quel grido deciso ed espresso congiuntamente sono intrisi di significati e simboli chiari e assoluti, sono il compendio di tutto ciò che solitamente si è adusi riassumere con il termine di squadra, e se da un lato molta letteratura sportiva e la passionale dissertazione da bar sport hanno spesso abusato di questa parola, svilendola nel suo significato profondo e togliendole colori e sfumature che le sono connaturati, dall’altro non può esserci giocatore degno di questa qualifica che non ne sottoscriva intimamente significati e valori.

Nell’immaginario collettivo le metafore più facilmente accostabili alla figura dell’allenatore impegnato nella costruzione della squadra sono quelle relative a persone chiamate, nel proprio ruolo professionale, a scegliere e assemblare materie prime come quella del cuoco, completamente assorbito dal tentativo di fondere in tutt’uno ingredienti e sapori diversi, ma credo che ogni parallelismo sia errato o improponibile se si omette di valutare un altro aspetto essenziale.

Ritengo che ogni Chef, non possa ottenere il risultato sperato senza trovare qualcosa di emotivo e sentimentale, ovvero senza dare un’anima a quell’assemblaggio d’ingredienti e di sapori, senza dare un’emotività a quelle materie prime seppur di grande qualità. Questo si determina in assoluto la differenza tra una buona pietanza e un piatto “stellato”.

Ed è proprio questo che deve fare anche l’allenatore in fase di costruzione della squadra, travestendosi da novello Diogene e provando, con l’ausilio della propria lanterna, a trovare non uno ma dieci uomini veri, capaci di assumersi in prima persona il peso, ma anche il valore di quelle promesse facili da formulare con superficialità ma complesse da mantenere con partecipazione totale.

Solo i gruppi di uomini come questi possono pensare di trarre il massimo risultato possibile dall’espressione tecnica delle proprie qualità, con spirito, leggerezza emotiva e solidità morale.

Ripenso all’ultima Sagra del Mandorlo in fiore, ripenso all’affascinante spettacolo della “torre umana” nella quale forza fisica, tecnica individuale, conoscenza e rispetto dei propri ruoli, tattica di squadra, fiducia reciproca e coesione hanno raggiunto il loro massimo livello espressivo, dove dubbi, incertezze, errori, sfiducia non rappresentano le potenziali cause di una sconfitta, ma sono addirittura subdole insidie che possono determinare cadute rovinose e drammatiche.

Sì, vorrei che ogni mia squadra avesse la capacità di realizzare una simile fusione di uomini pieni di valori e di motivazioni, vorrei che ogni mia squadra entrasse in campo ogni domenica per realizzare quell’impresa o comunque per non arrendersi mai prima del tempo o senza aver dato tutto ciò che poteva, vorrei che ogni mia squadra giocasse con lo spirito che questi ragazzi finora hanno messo in campo in questo campionato, vorrei che fossimo sempre gli artefici di una sorta di torre umana.

Solo quelle mani unite e la totale fedeltà a quelle promesse formulate secondo un codice tacito ma inequivocabile potranno consentirci di continuare a sognare tutti insieme.

 

 

 

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