L’inarrestabile corsa delle lancette dell’orologio sembra aver accelerato il proprio ritmo per quanto rapidamente il suono della sveglia giunge a interrompere il silenzio della notte e con esso quel sonno ristoratore che solo da poco aveva vinto la propria battaglia con l’adrenalina prodottasi in quaranta minuti vissuti tutti d’un fiato, ma fluttuando tra i tumulti di attimi di flessione e le confortanti conferme avute nei momenti di competitività assoluta.

Quel suono, freddo, ritmato, metallico, richiama i sensi e i pensieri al proprio dovere, rimettendo in moto anche i processi di elaborazione delle informazioni, ora maggiormente ispirati alla razionalità della tecnica e conseguentemente liberatisi dai condizionamenti di un’emotività che non può essere giammai dominante nel percorso che ci deve portare alla realizzazione del nostro progetto.

E’ dunque il momento di riprendere il cammino all’alba di un nuovo domani che non potrà comunque affrancarsi da indicazioni ricevute in modo preciso e forte da quanto accaduto sul campo, e anzi sarà chiamato a farne tesoro rapidamente e in forma definitiva, ma che avrà il dovere staccarsi completamente dalle scorie emotive di una sconfitta che rischia di apparire più pesante di quanto il campo abbia effettivamente detto.

Poco conta in questo contesto il fatto di aver anticipato gli eventi paventando il rischio, sempre presente in questo passaggio della stagione, di una battuta a vuoto, determinata soprattutto dall’obbligo di confrontarsi costantemente con un livello di competitività sempre crescente e con le pressioni di un campionato che sembra richiedere punti e vittorie fin da subito per placare una fame che nel passato si iniziava ad avvertire molto più avanti nella stagione.

Resta la certezza di uno step tecnico, tattico ed emotivo, ancora da compiere e di come questo debba avvenire il più in fretta possibile, ma la sensazione straordinariamente confortante è che la squadra non stia vivendo questa consapevolezza in modo ansiogeno, ma come elemento in grado di moltiplicare le energie e di catalizzare volontà e impegno verso qualcosa che è fortemente voluto e condiviso.

Se la presenza di una volontà di miglioramento, unita alla conoscenza di quelle che sono gli aspetti del gioco e della gestione della gara nelle quali ottenerlo, è abbastanza facilmente identificabile come caposaldo del processo di crescita e apprendimento, nondimeno il secondo termine utilizzato ha in sé i crismi dell’irrinunciabilità, ma non sempre è ascritto tra le virtù essenziali.

Di condivisione si fa un gran parlare soprattutto in epoca moderna dove sembra, per il vero, che l’accezione più frequente e forse scontata sia quella della comunicazione mediatica e il conseguente trasferimento di dati, informazioni ed esperienze, ma ho l’assoluta convinzione che nel contesto di quel delicato e affascinante microcosmo chiamato “squadra”, questa magica parola abbia significati, sfumature e valori più intimi e proprio per questo particolarmente importanti.

All’interno dell’ambiente che ogni squadra crea e gestisce da gruppo la condivisione rappresenta, in un momento iniziale, l’unita di vedute e la volontà di partecipazione incondizionata a un progetto, tecnico ma prima ancora comportamentale, l’accettazione di regole e ruoli, la profusione del massimo impegno per il raggiungimento degli obiettivi fissati, si badi bene, generali prima ancora che personali, con i secondi strumenti atti al conseguimento dei primi.

Sono fermamente convinto, però, che non ci si possa fermare a questo pur importante livello, e che quest’affascinante parola debba essere interpretata anche come capacità di rendere partecipi gli altri delle proprie difficoltà, delle proprie paure o debolezze, ammettere ed evidenziare le quali è primo essenziale passo per poterle risolvere; anche l’analisi di quanto accaduto e ogni sforzo per dar vita a un reciproco e propositivo scambio di opinioni, valutazioni, soluzioni, contribuiscono a far si che delle persone formino piano piano un gruppo fondato sulla consapevolezza e la conoscenza del pensiero altrui e su naturali gerarchie emotive all’interno delle quali i più esperti si assumono con naturalezza anche la responsabilità di dare una giusta chiave di lettura in ogni situazione.

Quanto il campo esprime spesso nasce non lontano da lì, in un luogo sacro, dove l’emotività, la sensibilità e le diverse personalità cementano i rapporti e amplificano le capacità di impegnarsi per qualche cosa, nasce nello spogliatoio dove spesso un sorriso, una battuta, una parola di chiarimento o conforto, ma anche un rimprovero, generano quell’energia che poi andrà profusa ogni giorno, in allenamento così come in partita.

Se continueremo a condividere ogni aspetto così com’è accaduto finora e dal primo minuto di vita comune, ma soprattutto se riusciremo a utilizzare la condivisione di ogni cosa come catalizzante di ogni nostra energia e comportamento sul campo, allora sarà proprio la volontà di raggiungere gli obiettivi di questa stagione a trascinarci verso il risultato finale.

Lo scrittore e aviatore francese Antoine de Saint-Exupery, vissuto nei primi anni del ‘900 credo che abbia efficacemente rappresentato questa idea nelle sue parole: 

 

“Se vuoi costruire una nave, non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Prima risveglia invece negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro, con ogni energia, per costruire la nave”.

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